22 Jun 2010

DIMMI DELLE COSE AL PLASTIC #2

DIMMI DELLE COSE AL PLASTIC #2

Il Plastic di via Passeri è un luogo in cui sono contenute diverse posture del desiderio. La più consona all’appropriazione del cd o del vinile è quella che vede il corpo umano del potenziale acquirente collocato in strettissima prossimità dei lussuosi espositori in legno di ebano chiaro, in posizione verticale, con la testa rivolta verso le file di cd accuratamente ed ordinatamente disposte in ordine alfabetico. Lo sguardo è diretto verso il basso e talvolta si solleva per meglio guardare la copertina del cd estratto dalla fila e prossimo ad essere scelto.

Ma se fino qui rimaniamo nella retorica esperienziale dell’acquisto di oggetti esposti, dobbiamo ricordarci che il Plastic vive appunto di desiderio soffuso, di sensualità che, attraverso la musica, si espande fino alle radici cognitive ed intellettuali dell’umano. Il suono si muove e muove: l’acquirente che valuta e sceglie, in piedi di fronte agli espositori, ha, nel 91,4% dei casi, il bacino appoggiato alla parete orizzontale dell’espositore stesso. Su quel punto scarica tutto il suo peso, arcuando la schiena in avanti e dondolando leggermente. Nel momento della scelta si solleverà, certo, farà prevalere la verticalità cerebrale ed umanissima, quella del ragionamento approfondito.

Ma prima c’era solo il bacino e le vibrazioni che il legno trasmette. C’era un contatto non più proibito, trasversale ad uomini e donne, stimolante.

Inutile qui ricordare che la conformazione ischio-pubica presenta numerosi isomorfismi con l’apparato uditivo e che l’incastro delle ossa che costituiscono il nostro bacino, dando poi adeguato sostegno al fantastico intreccio di muscoli e nervi e ciccia e pelle sensibile con cui adoriamo giocare, ecco, si diceva che quell’incastro presenta numerose cavità e infossature e cartilagini membranose, per cui è tutto un microrisuonare interno, tale che più di uno pensa che in fondo questa sia la vera sede dell’anima umana e che la musica, apparentemente accolta dalle orecchie e dal timpano, venga in realtà ascoltata e recepita proprio dal bacino. E se per caso qualcuno della Apple sta leggendo queste note, se lo ricordi quando inventerà il prossimo I-Pod…

Però appunto a noi interessa il Plastic e la sua capacità di accogliere l’umano che noi siamo: appoggiatevi tranquilli agli espositori, esplorate gli elenchi di cd ben disposti, valutatene pure il prezzo, ma ricordatevi che non è una questione di soldi. Vogliono farcelo credere, quelli che ormai hanno sostituito le loro possibilità di ascolto con bocche dappertutto e opinioni su qualsiasi cosa. Voi fate con calma, siete al Plastic, ascoltatevi.

Lì trovate tutta la discografia di Nick Drake, addirittura anche in vinile, come uscì in forma naturale, nel passaggio fra gli anni ’60 e gli anni ’70. Sono passati tanti anni, vero, e c’è che Nick Drake ogni tanto compare e poi scompare, incapaci come siamo di tenerlo fermo e riconoscerlo come uno capace di canzoni e di un cantare, che in pochi ce l’hanno fatta ad avvicinarsi.

Album uno, FIVE LEAVES LEFT, lo slancio per conquistare il mondo, canzoni perfette una dietro l’altra, chitarra che sdendella precisa e archi e fiati, ed una voce che non esita mai nel prolungarsi, che non si piega perdendo tono, ma nemmeno si impone con la prepotenza del tanto fiato. Ha sempre un che di sfuocato, come se Nick cantasse davanti ad un vetro e lo lasciasse appannare per strusciarci poi sopra il naso e sorridere da solo, mentre disegna forme ondulate, dolci, leggermente tristi, mai amare. Prendete Time has told me o Fruit tree.

Che poi mica Nick ce l’ha fatta, a conquistare il mondo, e dal vivo fu anche impacciato, proprio quando non era il caso.

BRYTER LYTER, album due, copertina replicata all’infinito da tutti i chitarristi che suonano seduti, anche se non lo sanno: e non perdiamo la speranza, ragazzi, detergiamoci di suoni e arrangiamenti adatti e facciamoci belli, tamburelliamo via e sfidiamo le possibili mescolanze di folk, jazz e quello che si suona di più! Sfiora l’easylistening da radio-supermercato, ascoltabile da signore e signori, sbalestrato e precisopreciso che in certi momenti ti fa proprio arrabbiare, e poi ti scappa davanti una One of these things first o una Fly che rimani lì, come una banana ricoperta di glassa, ad attendere un acquirente, felice della tua fragile consistenza dolcissima.

Poi arriva l’album tre, PINK MOON, che al Plastic è da poco in vinile solido e sonico. É il 1972 e Nick Drake ferma gli archi e tiene da conto voce e chitarra, affezionate l’una all’altra e felici di farsi vedere insieme. Anche qui, siamo in una perfezione diversa, niente verande sotto cui suonare da soli o tazze di caffè giganti che ti aspettano sul tavolo, di là in sala. E te lo senti lì, seduto con la sua chitarra, circondato da microfoni pelosi e cavi, cuffie morbide e corde che luccicano del rosso delle lucine della sala di registrazione. Come se fosse dal vivo, ma un vivere strano, come quello dei sassi che si scolpiscono o delle tempere che colano e si dispongono ordinate a darci delle forme. In questo disco l’intensità si fa soffio composto e gelido, caldo quanto basta. E poi basta.

NICK DRAKE – Five leaves left : CD – EURO 11,50 / LP – EURO 24,50

NICK DRAKE – Bryter layter : CD – EURO 11,50 / LP – EURO 24,50

NICK DRAKE – Pink moon : CD – EURO 11,50 / LP – EURO 24,50

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